Tesi di Laurea

Salve a tutti. sono Carolina Molino e studio alla SSML Gregorio VII. Qui di seguito troverete il file contenente la mia tesi di laurea triennale “Analisi e critica dell’adattamento italiano del film Camera con vista”. Tesi di laurea Carolina Molino

Qui di seguito troverete i video che ho realizzato a seguito della stesura della mia tesi di laurea triennale:

In allegato il mio curriculum vitae: CV.CarolinaMolino

Dolcetti al cocco

Essendo una grande amante del cibo, non poteva certo mancare un articolo dedicato a qualche ricetta golosa.
Quest’estate sono stata ospitata in Puglia da un’amica. Suo cugino una sera ci ha preparato dei fantastici pasticcini al cocco.
Mi sono fatta dare immediatamente la ricetta (sperando che qualcuno li replichi per me!).

INGREDIENTI:
150 gr di farina di cocco
100 gr di burro
100 gr di zuccero
350 gr di biscotti secchi
3 uova
75 gr di cacao zuccherato

PROCEDIMENTO:
Polverizzare i biscotti. Mescolare burro, zucchero e tuorli. Poi farina, cacao e albumi montati a neve. Infine aggiungere i biscotti.

BUON APPETITO!

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Good Will Hunting

Will, she’s been dead two years and that’s the shit I remember. Wonderful stuff, you know, little things like that. Ah, but, those are the things I miss the most. The little idiosyncrasies that only I knew about. That’s what made her my wife. Oh, and she had the goods on me, too; she knew all my little peccadillos. People call these things imperfections, but they’re not — aw that’s the good stuff. And then we get to choose who we let into our weird little worlds. You’re not perfect, sport. And let me save you the suspense. This girl you met, she isn’t perfect either. But the question is: whether or not you’re perfect for each other. That’s the whole deal. That’s what intimacy is all about. Now you can know everything in the world, sport, but the only way you’re findin’ out that one is by givin’ it a shot. You certainly won’t learn from an old fucker like me. Even if I did know, I wouldn’t tell a pissant like you.

Good Will Hunting

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Wuthering Heights

“It would degrade me to marry Heathcliff now; so he shall never know how I love him: and that, not because he’s handsome, Nelly, but because he’s more myself than I am. Whatever our souls are made of, his and mine are the same; and Linton’s is as different as a moonbeam from lightning, or frost from fire. (…)
What were the use of my creation, if I were entirely contained here? My great miseries in this world have been Heathcliff ‘s miseries, and I watched and felt each from the beginning: my great thought in living is himself. If all else perished, and HE remained, I should still continue to be; and if all else remained, and he were annihilated, the universe would turn to a mighty stranger: I should not seem a part of it. My love for Linton is like the foliage in the woods : time will change it, I’m well aware, as winter changes the trees. My love for Heatchliff resembles the eternal rocks beneath: a source of little visible delight, but necessary. Nelly, I AM Heathcliff! He’s always, always in my mind: not as a pleasure, any more than I am always a pleasure to myself, but as my own being. So don’t talk of our separation again: it is impraticable…”

         ~ Emily Brontë, Wuthering Heights

bfi-00m-fj8Les Hauts du hurlevent

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L’ATTESA

Da molti anni sono una tifosa sfegatata della Fiorentina. Un amore che mi ha trasmesso mio padre. Nata e cresciuta a Roma, la domanda che mi sento fare più spesso è: “Ma se sei di Roma perché tifi la Fiorentina? Avete qualche parente a Firenze?”. No, nessuno. Nessuna lontana origine toscana. Come dicevo, il tifo per questa squadra mi è stato trasmesso da mio padre (Luca Toni ha sicuramente avuto anche lui un ruolo fondamentale in questo, devo ammetterlo). E a mio padre invece? Fin da quando era piccolo ha sempre giocato a calcio e il suo ruolo è sempre stato quello del portiere. Rimase folgorato da Enrico Albertosi, che all’epoca era il portiere della Fiorentina. Da lì è stato subito amore.
Mio padre ha un’altra passione, la scrittura (passione che condivido ma per la quale, purtroppo, non sono portata).
Calcio + Scrittura = racconto ispirato alla solitudine del portiere, che è una metafora della solitudine dell’uomo di fronte alle difficoltà della vita.
Lascio a lui la parola.
Buona lettura

L’ATTESA
A volte succede, succede che stai seduto, sbracato in poltrona anche se il pensiero di lei comincia a farti male/bene /riempire.
“Smettila non ci pensare, ascolta la musica, fatti scivolare sopra tutto, razionalizzacavoloascoltasololamusica” e tu da bravo la ascolti, ti lasci portare dove sai benissimo non arriverai mai. Ma sì si può fare, si potrebbe fare se.
E’ arrivato, violento, secco, grandioso. Ha riempito di azzurro la camera e tu aspetti, deve per forza arrivare il tuono, sei pronto a riceverlo ma prima di lui parte un antifurto, cazzo, vuoi vedere che è più sensibile di me! Nota stonata, fredda, meccanica, come quando sbagli i tempi di una frase, una faccia, una telefonata e capisci che hai rovinato tutto, che tutta quella magìa che si era creata e per la quale pensi valga la pena di vivere, l’attesa del godere, beh la magìa va a farsi fottere e tu con lei.
Un altro lampo, eccolo il tuono che fa vibrare vetri, spaventa bambini e cani ma a te scioglie quella tensione che annodava lo stomaco, sbiancava la lingua. Ti porta via tutto insieme alla pioggia che ha preso a cadere, fitta, decisa, calda e tu non sei più quello di prima, qualcosa esplode in te, così potente da farti male/bene. Lacrime, hai gli occhi pieni ma soprattutto la voglia, finalmente libera, di piangere!
Una volta, ricordi? era un torneo universitario, nella stessa partita il tuo portiere parò due rigori, tutti e due tirati sulla sua destra. Lui si tuffava sempre sulla destra, otto volte su dieci li parava, beh, forse sette, sei.
Quanto dura l’attesa. Facile, da quando l’arbitro fischia il rigore a quando parte il tiro. Siamo tutti uguali un paio di palle, quando l’arbitro fischia un rigore due giocatori sono più uguali degli altri, anzi solo uno, il portiere. Perché mentre gli altri discutono, circondano l’arbitro, mentre i tifosi esultanoesiinsultano, lui, prima fa finta di disperarsi, poi si isola, si concentra, si ferma al centro esatto della porta e così comincia quel lento godere che dà l’attesa. Comincia la danza, la circuizione, la seduzione. Lui guarda l’altro che sta guardando lui. Lui fa la troia, lo guarda fisso negli occhi, poi guarda alla sua destra, ammicca, guarda alla sua sinistra, riammicca, si piega, allarga le braccia, è immenso, sembra coprire tutta la porta, comefaapassarelapallaèimpossibile!
L’altro comincia ad essere nervoso. E’ appena fuori dall’area di rigore, le mani sui fianchi, guarda l’arbitro. “Che aspetti a fischiare non ce la faccio più, non riesco più a guardarlo negli occhi, vedo i suoi occhi fissi su di me, non li sopporto, giuro che gli sparo in mezzo agli occhi se non la finisce di guardarmi”. Lui ha capito il suo nervosismo. Allora si rialza, alza il braccio per richiamare l’attenzione dell’uomo in nero e si incammina verso il pallone. “Arbitro, la palla non è sul dischetto!” Si china, la prende, la sposta di qualche centimetro mentre l’altro ormai è perso, in piena crisi nervosa. Urla, si avvicina, lo strattona. “Figlio di puttana tanto la metto dentro lo stesso!”. Ma i suoi occhi, il suo sguardo, guardate il suo sguardo, possibile che con tutte queste telecamere che ti fannovedererivederetutto, nessuna che riprenda e si fermi sul suo sguardo! Il suo sguardo sta gridando helpmehelpmehelpme.
Ma doveva farlo, doveva farlo, non aveva scelta, non c’era un’ altra scelta, la doveva mettere dentro nonostante tutto. Concentrarsi, la concentrazione da sempre la sua arma più efficace da mettere in campo nei momenti che contano, in questo momento, la palla sul dischetto, settemetrietrentadue lì, davanti a te, dimezzati da un fantoccio coloratissimo che vorrebbedovrebbeèpagato per impedire al pallone di varcare quella sottile linea bianca.
E quando tutto è pronto, quando finalmente tutto si placa, voci rumori respiri pensieri, proprio nell’attimo in cui sta per arrivare il fischio liberatore ecco.. .qualcosa dentro fa clak, davvero proprio clak, e lo hai sentito forte e chiaro dentro la testa, clakkkkk! “Lo sbaglio, lo sbaglio, so già che lo sbaglierò”. “Lo paro lo paro, so dove lo tirerà, non posso sbagliare, quando parte da fuori l’area di rigore la piazza sempre sulla destra. Non hai scampo, hai perso è finita, nooooo… Perché, perché proprio adesso, adesso che stava andando tutto così bene, il rigore ormai parato, i titoli dei giornali pronti, la nazionale, perché proprio adesso sento che qualcosa mi tira giù, implacabile, violenta, troppo forte per me!”
Lo guardò l’ultima volta negli occhi poi, un secondo prima che il pallone partisse, si tuffò sulla destra, la mano protesa verso l’angolo dove sapeva che sarebbe arrivato. Aspettò l’impatto, “quanto ci mette ad arrivare?”, un secondo, due, tre, “c’è qualcosa che non va”. Il corpo toccò il terreno, la testa rivolta verso la rete. Cercò di concentrarsi sui rumori, le urla che sarebbero dovute venire dagli spalti, niente. Il cuore a mille, un senso di vuoto dentro lo stomaco, “che sta succedendo, qualcuno mi dice che sta succedendo?” Girò la testa verso il centro dell’area, guardò al di sopra del suo braccio e lo vide, là, fermo, immobile davanti al dischetto, la testa tra le mani. Non stava piangendo no, o almeno non si vedevano lacrime scendere sulle sue guance.

Francesco Molino

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